I prof. e la censura. Il bipolarismo creato da Marchionne

18 MAR 16
Ultimo aggiornamento: 04:11 | 16 AGO 20
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Al direttore - E poi dice che la specialità dei brasiliani non è la difesa.
Giuseppe De Filippi
Al direttore - Caro Massimo, caro Giuliano, chiedo ospitalità al Foglio per inserirmi nel dialogo (onirico) tra di voi. Lo faccio con molta umiltà, stante che, per me, manager imprestato al giornalismo, quindi parvenu, voi siete due miti. Essendo un uomo sincero, devo dirvi che sbagliate e avete ragione entrambi, per dirla tutta, entrambi siete in errore. Se tu, Massimo, giudichi Sergio Marchionne in base alla denominazione d’origine controllata di cui si fregia, ceo di un gruppo industriale multinazionale (Fca), hai ragione, perché dopo 12 anni di potere assoluto i “numeri” sono quelli che dici tu, e i “numeri”, purtroppo per lui, non mentono. Alcuni analisti sostengono che nel 2018 saranno peggio. Vedremo. Se tu, Giuliano, giudichi Sergio Marchionne, non in base al titolo di ceo ma, come penso, da “Deal Maker” hai ragione, lui è un grande deal maker, e lo ha dimostrato. Infatti, lui non si veste col doppiopetto d’ordinanza dei ceo, ma col maglioncino trendsetter para rivoluzionario. Vorrei farvi notare l’umiltà dell’uomo, sa che nel mondo dei deal maker americani è ancora un parvenu, si guarda bene dall’indossare la felpa californiana dei big. In effetti, il suo sogno di impossessarsi dell’utero di Gm per poi prendersi il bambino, è caduto. Mai fidarsi delle donne dal pallore di Mary Barra, all’officina 5 di Mirafiori noi dicevamo “facia smorta…”. La controprova la dà Wall Street, la Corte suprema del business: tutti gli altri costruttori automobilistici sono trattati con i parametri delle società industriali, mentre per Fca con quelli di un hedge fund. Un caro saluto.
Riccardo Ruggeri
Forse è persino tutto più semplice e lineare. Marchionne ha cambiato l’Italia imponendo un nuovo bipolarismo. Produttività o morte. Marchionnismo e landinismo. Noi sapete da che parte stiamo.
Al direttore - Ho creduto nel D’Alema del “Dottor Cofferati”. Ho sperato nel D’Alema della Bicamerale. Ho sostenuto il D’Alema del Kosovo. Capirei il D’Alema che dà il suo volto alla minoranza interna del Pd. Perderebbe tutto se si mettesse alla testa della sua diaspora.
Franco Debenedetti
Al direttore - Interessante l’intervista ad Alessandro Benetton pubblicata sul Foglio del 16 marzo. Sono del resto convinto che il buon senso non possa che generare il consenso, piuttosto che esserne un’alternativa. E che il popolo italiano, nel suo complesso, abbia buon senso, lo ha dimostrato alle urne in più occasioni, dalla Prima alla Quarta Repubblica. Speriamo lo capisca anche Renzi; verrebbe sommerso di consenso.
Luca Pagnan
Al direttore - Nicola Cosentino è detenuto in attesa di giudizio non da 850 ma da 930 giorni. Ché se fossero pere non staremmo qui a sottilizzare, ma trattandosi di sbarre e schiavettoni, o nel migliore dei casi di detenzione domiciliare, converrà che 80 lune in più fanno una bella differenza. Qui siamo alla barbarie.
Luca Rocca
Al direttore - Che delizia leggere il Foglio, anche del giorno prima, dinanzi alle Pale di San Martino!
Antonio de Grazia
Al direttore - Ho letto l’inchiesta di Meotti e ho pensato che, viste le storie di questi professori, deve essere davvero molto difficile usare il cervello, se anche all’università ci riescono in così pochi. Ma evidentemente deve essere impossibile anche usare il semplice buon senso ed espellere i facinorosi, gli attaccabrighe e i disturbatori. Come è diventato possibile? Si può solo continuare a subire?
Fabrizia Lucato